Oltre la censura

Notizie dal Tibet

  • Questo blog nasce in nome dell’informazione dal desiderio di un gruppo di volontari di dare voce alle notizie che giungono ogni giorno dal Tibet e che vengono passate sotto un silenzio “di comodo”. Questi volontari si impegnano nel reperimento di notizie da fonti di buona reputazione (governo tibetano, Amnesty International, Reporters Sans Frontières, i principali organi di stampa internazionali, etc), mettendone in risalto su questo blog e traducendole da varie lingue qualora necessario.

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Situazione in Tibet

Pubblicato da infotibet su Maggio 4, 2008

Le notizie fortunosamente raccolte dal nostro corrispondente nel Tibet occupato parlano di decine di manifestazioni represse nel sangue. Apartire dal 10 Marzo si sono registrare oltre 50 proteste in altrettanti centri situati anche oltre i confini della Regione Autonoma del Tibet. La rivolta ha infatti raggiunto l’Amdo e il Kham, regioni oggi accorpate alla province cinesi, e persino in Cina gli studenti hanno inscenato manifestazioni di solidarietà con i giovani tibetani in rivolta. Perchè quelli che stanno affrontando a mani nude i blindati dell’esercito di “liberazione” cinese sono in maggioranza giovani, sia laici che religiosi. Hanno capito che questa potrebbe essere l’ultima occasione per liberarsi del giogo cinese e confidano nel fatto che, con i Giochi Olimpici alle porte, il regime non possa fare strage dei rivoltosi. Sanno infatti che le deportazioni in atto nel paese delle nevi (800.000 pastori nomadi e contadini deportati nei nuovi “villaggi socialisti”) rappresentano la “soluzione finale” della questione tibetana. Sanno anche che il mondo libero li ha abbandonati e che non possono fare affidamento che sulle loro sole forze. Ancora la scorsa settimana ci sono state manifestazioni e scontri e la polizia ha aperto il fuoco provocando la morte di molti pacifici manifestanti tibetani (vedi foto a lato).Si tratta dell’ ennesimo eccidio compiuto dalle truppe di occupazione che hanno avuto l’ordine di sparare su ogni assembramento “ostile”. Inoltre i più importanti monasteri rimangono sotto assedio e si registrano già i primi casi di morti per fame. Negli altri sono invece riprese le sessioni di “rieducazione patriottica”,un vero e proprio lavaggio del cervello, durante le quali i religiosi sono costretti ad abiurare sottoscrivendo una dichiarazione di fedeltà al regime. Nel corso di una recente manifestazione, prima di essere ucciso dalla polizia, un giovane monaco gridava” ora o mai più”. Questo grido deve valere anche per noi. Questa è l’ultima occasione per dimostrare al mondo che non siamo disposti ad assistere impotenti all’ ennesimo eccidio di chi chiede libertà e giustizia. Oltre a gridare nelle piazze e nelle strade la nostra rabbia dobbiamo fare l’unica cosa che in questo momento potrebbe forse arginare la furia omicida degli autocrati di Pechino: chiedere all’Onu una ferma condanna del regime. Se così non sarà nei prossimi giorni assisteremo a nuove stragi, alla tortura dei prigionieri, alla deportazione dei rivoltosi,ai processi farsa che condanneranno a decine di anni di gulag i giovani insorti,alla fuga di quanti cercheranno di mettersi al riparo dalla furia omicida della polizia politica.

Claudio Tecchio Ufficio Internazionale Cisl Piemonte www.dossiertibet.it

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Nuovi arresti e repressioni in Tibet

Pubblicato da infotibet su Maggio 4, 2008

03/05/2008 Lhasa

Mentre fervono i preparativi per l’arrivo della fiaccola olimpica un gruppo di monache del monastero di Shuse, non lontano da Lhasa, e alcuni monaci che si trovavano sulle vicine montagne sono stati arrestati. Il monastero è ora sotto stretta sorveglianza.
I principali monasteri della città rimangono sotto assedio.
Da alcuni giorni i tibetani vengono costretti a scrivere di loro pugno una dichiarazione nella quale devono condannare la rivolta ed i suoi istigatori.
I funzionari che non lo fanno vengono licenziati, gli studenti che non la sottoscrivono cacciati dalle scuole, ai commercianti che si rifiutano di condannare il Dalai Lama viene requisita l’attività.
Molti dei militari arrivati negli ultimi giorni nella capitale smettono le divise per indossare abiti civili preparandosi ad accogliere la fiamma olimpica.

Amdo
Nuovi arresti nel monastero di Rongwu.I monaci sono stati pestati a sangue ed alcuni di loro sono stati ricoverati nell’ospedale più vicino.
Nel monastero di Labrang i reparti speciali hanno portato via oltre 200 monaci.Dopo aver fatto irruzione anno distrutto tutto quello che capitava a tiro.
Dipinti sfregiati,reliquie confiscate.
I religiosi arrestati sono accusati di “istigazione al sovvertimento dei poteri dello stato socialista”.
5 di loro versano in gravi condizioni presso il locale ospedale.

Golog
Si segnalano numerosi scontri a fuoco tra la resistenza tibetana e le truppe di occupazione.
I controlli si sono fatti asfissianti e gli spostamenti sono sempre più rischiosi.

Mila
corrispondente di Dossier Tibet dai territori occupati
fonte:www.dossiertibet.it (Amnesty)

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Anche condanne all’ergastolo per i monaci “responsabili” delle proteste in Tibet

Pubblicato da infotibet su Maggio 1, 2008

Dure pene per le prime 17 persone, almeno 6 monaci condannati da 15 anni all’ergastolo. Intanto Pechino riapre uno dei monasteri chiusi per le proteste. La torcia olimpica, dopo le contestazioni pro-Tibet in tutto il mondo, riceve grandi feste nel comunista Vietnam.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Nel Tibet ancora chiuso ai giornalisti e ai visitatori esteri, 17 persone hanno ricevuto oggi condanne da tre anni all’ergastolo per le proteste di marzo nella capitale Lhasa. Tra i condannati all’ergastolo c’è il monaco Basang, accusato di avere guidato una decina di persone, tra cui 5 altri monaci – per loro condanne tra 15 e 20 anni – nella devastazione di uffici pubblici e negozi e nell’aggressione di un poliziotto. La Cina non ha indicato quanti altri tibetani siano in attesa di processo, mentre gli esuli del Paese parlano di migliaia di detenuti.
Sempre oggi è stato riaperto il monastero Sera a Lhasa, chiuso insieme ad altri dall’epoca delle proteste. Nelle regione è in corso una campagna educativa, che chiede ai monaci una formale abiura contro il Dalai Lama e l’accettazione del Panchen Lama “scelto” da Pechino (quello indicato secondo la tradizione dal Dalai Lama è “scomparso” dal 1995).

fonte Asia News 29/04/2008

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Leader tibetano: ergastoli e tortura, Pechino saggia la reazione del mondo

Pubblicato da infotibet su Maggio 1, 2008

TIBET – CINA
Leader tibetano: ergastoli e tortura, Pechino saggia la reazione del mondo
di Urgen Tenzin

Urgen Tenzin commenta la condanna di 17 tibetani (con due ergastoli) per le proteste di marzo a Lhasa. “Da decenni i tibetani sono torturati in carcere”, anche per “estorcere confessioni”. La paura che la violenza statale aumenti. Ancora scontri e 2 morti nel Qinghai tibetano.

Dharamsala (AsiaNews) – Urgen Tenzin, direttore del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (Tchrd), commenta in esclusiva per AsiaNews la notizia, riportata ieri dall’agenzia statale Xinhua, della condanna di 17 tibetani, arrestati per le proteste del 14 marzo a Lhasa, represse dall’esercito cinese. Intanto ieri Xinhua ha ammesso uno scontro a fuoco nella contea di Dori, nella zona tibetana del Qinghai, il 28 aprile, tra polizia andata ad arrestare un leader pro-Tibet e popolazione. Sono morti un poliziotto e un tibetano.

“Dal 17 marzo, quando le autorità cinesi hanno invitato chi nei giorni prima aveva fatto proteste pacifiche a costituirsi – osserva Urgen – la polizia ha arrestato oltre 5mila tibetani. Ci risulta che più di mille sono stati soggetti a maltrattamenti e torture e molti poi rilasciati mostrano problemi psichici e fisici. I funzionari cinesi sono indottrinati con un’ideologia che considera la tortura come uno strumento utile per eliminare gli ‘elementi contro-rivoluzionari’. Da anni la Commissione per i diritti umani presso le Nazioni Unite ha chiesto al governo cinese di consentire al Relatore speciale per la religione e a quello per la Detenzione arbitraria di visitare il Tibet e riportarne la situazione, ma la Cina non li ha invitati a entrare nel Tibet”.

“Anche se la Cina il 12 dicembre 1986 ha firmato la Convenzione Onu contro la Tortura e gli altri trattamenti e punizioni digradanti, i tibetani detenuti sono ancora soggetti a violenze. Dal 1986 al 1999 circa 60 prigionieri politici tibetani sono morti per le torture subite in carcere”.

Pechino afferma che il processo contro i tibetani è stato equo e pubblico, mentre Human Rigths Watch ha denunciato ieri che un gruppo di avvocati che si sono offerti di difenderli è stato “avvertito” dal ministero della Giustizia che questo avrebbe potuto rendere difficile il rinnovo delle loro licenze.

“A mia opinione – prosegue Urgen – la Cina ha reso pubblici arresti e condanne per saggiare la reazione della comunità internazionale, considerata l’attenzione dei media mondiali in vista delle Olimpiadi e le pressioni dei leader mondiali su Pechino per il Tibet. Indicare la notizia di questo minuscolo numero di condanne senza dare dettagli precisi, è un’astuta manovra per saggiare le reazioni mondiali, e questo è solo l’inizio. In modo graduale, saranno comunicati sempre più arresti e sentenze di condanna”, magari grazie a confessioni “estorte con la tortura”.

“I dimostranti pacifici arrestati sin dal 10 marzo e che ancora languono in carcere, sono stati accusati di ‘aver messo in pericolo la sicurezza statale’. Chi ha anche soltanto espresso un’opinione in contrasto con quella del governo, è stato arrestato per ‘dissenso politico’ o per ‘opinioni sovversive’. Le autorità cinesi spesso dichiarano che i tibetani hanno confessato i loro crimini, e lo stesso sarà accaduto con questi 17 condannati. Il mondo sarà informato che questi tibetani hanno ‘confessato’ i loro delitti”.

“Ma sono confessioni ottenute sotto tortura. E’ noto che i cinesi utilizzano la tortura come strumento di ‘controllo’ sui tibetani, colpevoli di ‘dissenso politico’ o di ‘opinioni sovversive’. Già da molti anni, i tibetani sono stati arrestati per avere parlato con stranieri, cantato una canzone patriottica o per il possesso di una foto del Dalai Lama.”

“Oggi i monasteri sono circondati, sotto stretta vigilanza di esercito e polizia. Nel Tibet la situazione è molto tesa e siamo davvero preoccupati, mentre si avvicinano le Olimpiadi e ci sarà un forte aumento di informazioni e notizie dal Paese: questo può portare solo problemi per noi tibetani.”

fonte :Asia News 30/04/2008

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TUTU CHIEDE AI LEADER MONDIALI DI NON PRESENZIARE ALL’APERTURA DELLE OLIMPIADI

Pubblicato da infotibet su Maggio 1, 2008

Reuters [Lunedì, 28 Aprile, 2008 ]

CAPE TOWN – Domenica l’arcivescovo Desmond Tutu ha chiesto ai leader mondiali di non partecipare alla cerimonia di aperture delle Olimpiadi di Pechino in agosto.

“I leader del mondo libero, per amor del cielo, non dovrebbero presenziare alla cerimonia di aperture delle Olimpiadi finché non sarà chiaro che per loro (i cinesi) si tratta di affari e che il governo cinese porrà fine alla violenza contro i tibetani”, ha dichiarato Tutu a Cape Town durante la cerimonia per il passaggio di una fiaccola olimpica alternativa, questa volta tibetana.

I premio Nobel per la Pace sudafricano ha acceso una fiaccola olimpica tibetana che è partita da Delhi il 30 di gennaio e che toccherà le città di cinque continenti prima di tornare in maggio a Dharamsala, in India, sede del parlamento tibetano in esilio.

I manifestanti hanno seguito la fiamma olimpica ufficiale in tutto il mondo per denunciare le inadempienze cinesi che perseverano nel calpestare le leggi sui diritti umani in Tibet ancora durante tutto il periodo prima dell’inizio dei giochi, dell’8 agosto.

“Facciamo sapere alla Cina che questo è un universo morale”, ha dichiarato Tutu.

“Dobbiamo fargli capire che devono stare in guardia perché ciò che è sbagliato non prevarrà per sempre. L’ingiustizia non prevarrà per sempre. Dobbiamo dire a tutti questi oppressori, dobbiamo sussurrare all’orecchio di Mugabe (presidente dello Zimbabwe): “Avete già perso”, ha concluso Tutu tra gli applausi.


Lo Zimbabwe è stato criticato per non aver rivelato i risultati delle elezioni presidenziali del 29 marzo, apparentemente vinte dall’opposizione.

Quando gli è stato chiesto cosa ne pensava dell’annuncio della Cina di avviare un dialogo con i delegate del leader spirituale tibetano, il Dalai Lama, Tutu ha dichiarato che spera si tratti di “negoziati significativi”.

“Preghiamo che i cinesi capiscano che è nel loro interesse avviare un dialogo”, ha dichiarato alla Reuters. Tutu ha uno stretto rapporto di amicizia con il Dalai Lama.

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COMITATO TIBETANO DI SOLIDARIETA’

Pubblicato da infotibet su Aprile 29, 2008

Gli arresti passati e continuati di numerosi tibetani hanno reso le prigioni tibetane stracolme. Molti prigionieri sono stati trasferiti in altre regioni del Tibet e altri sono finiti in prigioni in Cina. Diversi prigionieri tibetani sono stati rilasciati. Tuttavia, a causa delle brutali torture e della mancanza di cibo, le condizioni fisiche di questi tibetani rilasciati lasciano molto a desiderare. Inoltre a tutti questi prigionieri è stato richiesto con fermezza di pagare un’ammenda che va dalle diverse migliaia alle diverse decine di migliaia di Yuan cinesi.

A causa della situazione critica in Tibet, ci appelliamo alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale perché prendano in urgente considerazione le seguenti richieste:

1. Immediato invio di delegazioni indipendenti alla ricerca di fatti in Tibet
2. Immediato permesso alla stampa libera di seguire gli avvenimenti in tutto il Tibet
3. Fine immediata di tutte le uccisioni brutali in Tibet
4. Rilascio immediato di tutti i prigionieri in Tibet
5. Portare immediata assistenza medica ai tibetani feriti
6. Permettere il libero movimento alle persone che possano provvedere ai rifornimenti quotidiani per la sopravvivenza.

Comitato tibetano di solidarietà

www.stoptibetcrisis.net

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PECHINO 2008, INTERPOL: POSSIBILE ATTACCO DI AL QAIDA

Pubblicato da infotibet su Aprile 29, 2008

Dobbiamo “prepararci alla eventualità di un attacco di Al Qaida” nel corso delle Olimpiadi di Pechino 2008, il prossimo agosto. Lo ha detto il segretario generale dell’ Interpol, Ronald JK. Noble, in un discorso pronunciato nella capitale cinese e diffuso oggi dalla sede dell’Interpol, a Lione. Noble ha evocato la concreta possibilità che Al Qaida o un altro gruppo terrorista tenti di lanciare un attacco terrorista mortale in occasione dei Giochi” ed ha sottolineato che “questa minaccia è aggravata dalla natura stessa delle Olimpiadi 2008″. “La Cina – ha aggiunto il segretario dell’Interpol – aprirà le sue porte a centinaia di migliaia di visitatori stranieri e giornalisti, e miliardi di persone le guarderanno in televisione. Ciò può fornire una copertura facile a dei terroristi e permettere un attacco durante i Giochi, che avrebbe un impatto globale immediato”. Noble ha osservato che “le recenti proteste correlate alla situazione in Tibet hanno introdotto significative complicazioni addizionali alle normali considerazioni per un grande evento internazionale come le Olimpiadi.” Dopo la dura repressione da parte del governo di Pechino delle dimostrazioni anticinesi in Tibet, cominciate il 10 marzo scorso, la staffetta intorno al mondo della fiaccola olimpica è stata caratterizzata da diffuse manifestazioni contro la Cina e a favore del popolo tibetano.

“Alla luce dei recenti eventi – ha detto Noble – tutti i paesi i cui atleti parteciperanno alle Olimpiadi e i cui cittadini andranno a Pechino per assistere alle competizioni devono prepararsi all’eventualità che gruppi o individui responsabili delle violenze durante la staffetta della fiaccola possano portare la loro protesta dentro ai Giochi stessi”. “Queste attività possono articolarsi dai blocchi stradali al disturbo delle competizioni, fino ad azioni più pericolose, come aggressioni a funzionari e atleti o al danneggiamento di infrastrutture”. “Ancor peggio, dobbiamo essere preparati alla possibilità che Al Qaida o un altro gruppo terrorista tenti di lanciare un devastante attacco terrorista in occasione di queste olimpiadi”, ha concluso il segretario dell’Interpol. L’ipotesi di attentati contro i Giochi è già stata evocata dalle autorità cinesi, che il 10 aprile avevano annunciato l’arresto di 45 “terroristi” della minoranza etnica uighura che preparavano “attentati contro le Olimpiadi” e rapimenti di atleti e giornalisti stranieri. Ciò che maggiormente preoccupa Pechino è però la questione del Tibet: dopo le manifestazioni pacifiche a Lhasa il 10 marzo, duramente represse e poi sfociate il 14 marzo in attacchi contro gli immigrati cinesi, la rivolta si è estesa ad altre zone della Regione Autonoma e a province limitrofe della Cina occidentale con forte presenza di tibetani. Le autorità cinesi hanno finora cercato di convincere il mondo dell’esistenza di un terrorismo tibetano che sarebbe diretto dal Dalai Lama, il premio Nobel per la pace che dal 1959 vive in esilio in India. Pochi giorni fa sono stati arrestati nove monaci buddhisti accusati di un attentato dinamitardo e i mezzi d’informazione cinesi hanno annunciato la scoperta di armi da fuoco nascoste tra i libri sacri in un monastero del Sichuan, che ha una forte presenza tibetana. Ma oggi, con una improvvisa svolta che ha coinciso con il vertice tra Cina ed Unione Europea, Pechino si è dichiarata disposta a colloqui con gli emissari del leader spirituale tibetano.

traduzione: Ass.Tibet-Ticino@.com

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YOUTUBE BLOCCATO IN CINA

Pubblicato da infotibet su Aprile 29, 2008

Gli avvenimenti di Lhasa (Tibet), dove l’esercito cinese è impegnato a reprimere nella violenza le manifestazioni di protesta dei monaci tibetani, sono finiti su YouTube, consentendo una veloce e facile diffusione di notizie.
Il governo di Pechino, per porre rimedio a questa scomoda fuga di immagini, ha deciso nella giornata di ieri, di bloccare l’accesso al noto sito di video sharing a chiunque si trovi nei confini nazionali.
Si sa, il paese asiatico non è nuovo alla censura: ancora una volta l’informazione viene pesantemente filtrata, impedendo l’accesso alla stampa estera ed espellendo i turisti stranieri.

fonte:Montagnard

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IL TIBET, LA CINA E L’ARMA DEL BOICOTTAGGIO di Bernard-Henri Levy

Pubblicato da infotibet su Aprile 28, 2008

da “Le Point”, 21 Marzo 2008

I Giochi olimpici, ci dicevano, avranno per effetto automatico di aprire la Cina al mondo e, dunque, alla democrazia — i Cinesi, sapendosi osservati, scrutati come non mai, avranno a cuore di offrire un’immagine decente di se stessi e del loro regime.

La verità obbliga a dire che, per il momento, si è verificato proprio il contrario.

Dalle città sono stati espulsi i poveri e gli improduttivi.

É stata accelerata la distruzione degli hutong, i quartieri popolari del centro di Pechino.

Si è così moltiplicato il numero dei senza tetto che, ammucchiandosi nelle bidonville senza una vera politica di ricollocazione abitativa, hanno accentuato il fenomeno della miseria urbana, dell’insalubrità, contro cui si pretendeva lottare.

Migliaia di possibili dissidenti sono stati imprigionati, sovente senza processo.

In base all’articolo 306 del Codice penale del 1997 che permette di incarcerare ogni avvocato sospettato di “alterare o distruggere delle prove”, sono stati arrestai, sequestrati, messi fuori scena, i più coraggiosi dei loro difensori.

É stata fatta pulizia nella stampa.

Sono state acquistate dal francese Thales antenne paraboliche allo scopo di rinforzare la grande muraglia di quelle onde che disturbano le trasmissioni in cinese delle radio anglosassoni.

Le sommosse si sono moltiplicate nella campagne, senza che la stampa locale se ne faccia portavoce.

Il ritmo delle esecuzioni capitali non sembra sia diminuito — senza che ciò scandalizzi più di tanto una stampa internazionale nondimeno libera, lei, di scrivere ciò che le pare.

Il traffico degli organi prelevati dai corpi dei suppliziati non è praticato meno di prima.

Nell’insieme del paese non rimangono meno campi di lavoro di quelli registrati dalla Laogai Research Foundation.

In breve, l’effetto “rifacimento di facciata” non solo non è stato di alcuna portata , ma, al contrario, ha prodotto l’unico risultato concreto di intensificare le violazioni dei diritti dell’uomo.

Ed ecco che in Tibet si è scatenata la più brutale repressione che la “Regione autonoma” abbia conosciuto dopo quella condotta, diciotto anni fa, qualche mese dopo Tienanmen, dall’attuale presidente cinese, Hu Jinto, che lì guadagno la sua reputazione di uomo di ferro e i suoi galloni nel Partito.

Quali sono le circostanze esatte di questa nuova repressione?

E che credito bisogna accordare alla logorrea ufficiale sul “secessionismo” tibetano e sulla volontà dei suoi capi spirituali di utilizzare la cassa di risonanza del periodo preolimpionico per fare sentire, infine, la loro voce?

Infondo, poco importa.

Perché ciò che importa è che, come diciotto anni fa, si è freddamente sparato sulla folla.

Perché ciò che importa è che la capitale, Lhassa, è, nel momento in cui scrivo, trasformata in zona di guerra, suddivisa in scacchiera militare da forze di polizia e blindati, tagliata dal resto del mondo.

E ciò che importa è che i Cinesi hanno mostrato, nella circostanza, la loro sovrana indifferenza agli stati d’animo di un Occidente che disprezzano — ciò che importa è che istruiti dalla nostra pusillanimità ai più duri dei massacri nel Darfur e delle violenze in Birmania, hanno compreso, o creduto di comprendere, che noi non ci saremo mossi di più se avessero messo il Tibet a ferro e fuoco.

Di fronte a un tale cinismo, io persisto a pensare che ancora una volta sia tempo –e si è ancora in tempo- di tenere quel linguaggio di fermezza che essi ci pensano troppo vigliacchi — o, forse, da loro troppo dipendenti — da osare articolare.

Io persisto a dire che non è troppo tardi per utilizzare l’arma dei Giochi al fine di esigere, come minimo, che smettano di uccidere e che applichino alla lettera — in materia, segnatamente, di rispetto delle libertà — le disposizioni della Costituzione sull’autonomia regionale tibetana.

Pechino non cederà? i boicottaggi, in generale, non funzionano mai? Andiamo, caro Robert Badinter. Finché non si tenta non lo si può sapere. Non abbiamo nulla da perdere se ci proviamo — e il popolo cinese e quello tibetano hanno, loro, tanto da guadagnare!

Non si mischia sport e politica? Non si può privare il mondo di questo grande giubilo che sono i Giochi? D’accordo, amici sportivi. Ma non invertiamo i ruoli, sono i Cinesi che guastano la festa. Sono loro che si fanno beffe dei princìpi olimpionici. Sono loro che fan sì che la fiamma, che nei prossimi giorni sarà issata sull’Everest, passerà letteralmente sui corpi di uomini di preghiera e di pace assassinati. Ed è a causa loro, infine, è a causa dei macellai di Tienanmen e, ora, del Tibet, che l’agosto prossimo , quando vi disputerete le vostre medaglie con atleti anabolizzati, trasfusi, trasformati in semi-robot, dovrete correre, lottare, sfilare , in stadi macchiati di sangue.

E’ tempo –e si è ancora in tempo — di salvare e lo sport, e l’onore, e delle vite.

È tempo — e si è ancora in tempo- di correre il rischio e di evocare, come ha appena fatto Barack Obama, la possibilità, giusto la possibilità, del boicottaggio, di dire in una volta sola sì all’ideale olimpico e no ai Giochi della vergogna.

Mancano cinque minuti a mezzanotte, anche per tutto ciò.

Bernard-Henri Lévy

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Monaco di Ramoche muore di fame mentre le repressioni si fanno sempre più dure nei monasteri

Pubblicato da infotibet su Aprile 27, 2008

Dall’inizio delle dimostrazioni in Tibet, il 10 di marzo, la presenza dei militari e della polizia all’interno e nei dintorni di tutti i monasteri coinvolti nelle manifestazioni si è fatta più massiccia.

La polizia armata popolare (PAP) e le milizie hanno bloccato la fornitura di acqua, elettricità, cibo e cure mediche nei monasteri (inclusi quelli di Sera, Drepung e Gaden) che
sono stati coinvolti attivamente nelle recenti dimostrazioni.

Dal 14 marzo nel monastero di Ramoche (Lhasa) la presenza minitare cinese è stata costante; i soldati hanno completamente circondato gli edifici del monastero e bloccato tutti i punti di entrata e uscita. La conseguenza di queste limitazioni severe è stata l’enorme difficoltà di ottenere cibo e acqua per i monaci, tanto che il 24 di marzo, Thokmay, un monaco di Ramoche, è morto di denutrizione, come confermato da una fonte attendibile. I militari hanno anche usato occasionalmente i gas lacrimogeni nel perimetro del monastero.

Sono numerosi in Tibet i monasteri che devono affrontare queste gravissime restrizioni (mancanza di cibo e acqua, le limitazioni di movimento, la mancanza di servizi medici e l’utilizzo dei gas lacrimogeni da parte dei militari). Mentre possiamo confermare che si tratta di situazioni diffuse e prevalenti, si sta dimostrando estremamente difficile ottenere dettagli di casi specifici (come quello del monastero di Ramoche) a causa delle limitazioni imposte dalle autorità cinesi.

La Cina sta tentando di conquistare i favori dei tibetani a Bathang (Ch: Bathang) County e Derong (Ch: Derong) County, Karze “Tibetan Autonomous Prefecture” provincia di Sichuan.

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